Ogni bimbo una storia

Posted by Irene Ratti

Il cammino del Centro Infantile Speranza appartiene a tante persone, perché sono molte quelle che hanno contribuito alla sua costruzione e, ancora oggi, alla sua crescita. Nato provvidenzialmente, l’intenzione di chi lo ha voluto era quella di ottenere benefici per le famiglie. Il Centro Infantile, chiamato Centro perché non solo segue i programmi della scuola materna per i bambini, ma perché cerca di intessere un rapporto con le famiglie e col quartiere, con una attenzione particolare agli aspetti affettivi, umani ed educativi dei bambini nella famiglia stessa. Periodicamente si realizzano degli incontri formativi per i responsabili dell’educazione sotto gli aspetti psico-didattico-pedagogici affinché possano acquisire maggiori competenze, collaborando più agevolmente con i programmi che si svolgono. Il Centro ha avuto anche una lunga storia per il riconoscimento dagli organi statali competenti, sono molti, in Mozambico, gli asili che lavorano senza essere riconosciuti, ma per noi è stato un cammino importante, perché ci ha portato alla costituzione dell’Associazione San Francisco d’Assisi e tutto deve essere legalizzato. Proprio in questi giorni c’è stato finalmente il controllo del Comune che ha convalidato e approvato tutto ciò che si riferisce alla struttura. Ora ci sono alcuni passi da fare con il Ministero dell’Azione Sociale.


Un percorso di tutti i giorni
Ogni mattino, dopo aver dato spazio alla preghiera e anche alla colazione, riunisco i pensieri per non dimenticare nulla di ciò che devo portare al Centro Infantile e mi metto in cammino. Supero con vero senso di pace il tratto della “Valle d’Infulene”, una valle creatasi attorno a un canale costruito dagli italiani per lo scolo delle acque bianche della città, contemplando le verdi sfumature, lungo i due lati della strada, seminati da vari tipi di verza: “couve galega”, e di insalata. C’è quello dei vivai di un verde tenero simili a letti ben allineati e lavorati; ci sono i molteplici cantieri di verde maturo della lattuga già pronta da raccogliere, il verde chiaro della lattuga in fase di crescita e poi c’è un folto gruppo di donne di ragazzi che trapiantano, concimano, innaffiano, vendono. Tutto a ritmo pieno incuranti del calore e del sole che, dopo le dieci, splende a picco sulle teste e sul paesaggio.
Man mano che mi avvicino alla meta una sensazione di gioia mi prende perché sento già, dentro di me, le voci dei bimbi, attenti al rumore della macchina e pronti a correre, rompendo le file che l’educatrice stenta sempre a organizzare, perché ciascuno di loro è un piccolo folletto vivace, pieno di elettricità e fantasia. Improvvisamente i bambini mi assalgono perché tutti hanno qualcosa da dire, da comunicare, da chiedere. Al richiamo dell’educatrice tutti riprendono la loro fila, meno i più timidi e problematici che aspettano uno sguardo tutto personale, una carezza e, perché no, anche un bacetto. Nessuno come loro ne è così privato. Con loro divento la nonna, ma diversa dalla nonna vera, che deve sbarcare il lunario e non è facile anche a causa dell’età e degli acciacchi, quindi una nonna asciutta e talvolta anche rigida.



A servizio dei più poveri
Il Centro è grande e in questo momento abbiamo 141 bambini iscritti. Le famiglie lo apprezzano e i bimbi piangono quando, per qualche motivo, devono rimanere a casa. Non c’è che da rallegrarsi e penso a tutti voi che ci avete dato, e continuate a darci, un grande supporto economico. Il Centro Infantile è a servizio delle famiglie più povere e di quei bambini, figli di famiglie separate, perché i genitori hanno cercato fortuna in Sud Africa, dimenticando però i bimbi in Mozambico.
L’atro ieri, un bimbo che è all’asilo da quando aveva due anni e ora ne ha quattro, Nelton (è un bimbo sostenuto a distanza con il progetto Armandinho), è venuto in ufficio ansimante a causa dell’asma, ma ancor più per l’emozione. In mano aveva una foto, guardala mi dice: “Questa è mia mamma!” È pallido e sudaticcio, lo abbraccio e lui scoppia a piangere. Poi continua la sua storia: “sai nonna Irene, ogni tanto viene al mercato, ma quando vede me o mio fratello Fredy si nasconde per non farsi vedere. Ma un giorno crescerò e andrò io a cercarla! È rabbia, è affetto compresso. Noi vorremmo solo che la mamma trovi il coraggio di prendersi cura del suo bambino.
Di queste storie il centro Infantile ne ha tante. Da gennaio abbiamo un bimbo di quattro anni, Wesley, figlio di genitori con un reddito basso, ma stabile, i due genitori lavorano. Wesley fino al primo Giugno non ha fatto che vivere al Centro isolandosi e piangendo. Si sceglieva l’educatrice che voleva per essere imboccato come un bimbo di due anni, picchiava tutti, insultava e non partecipava mai ai programmi previsti. Parlai con la mamma chiedendo come viveva il bambino in casa, dov’era il papà. La mamma per pudore o per paura mi disse che andava tutto bene. Un lunedì, all’improvviso, Wesley rifugiandosi in braccio alla responsabile pedagogica, comincia a piangere e a raccontare che il papà ha picchiato la mamma e anche lui, poi, diceva, ha preso tutti gli indumenti della mamma e miei, li ha messi sul “chapa” (trasporto pubblico del popolo) e ci ha lasciati in casa dalla nonna. Abbiamo chiamato i genitori, il papà ci rivela la sua infanzia sofferta e rude a causa del papà intransigente che forse ha influenzato il suo carattere nervoso e duro.
Intanto ci impegniamo a dare al bambino affetto, fiducia, stimolando la sua autostima, offrendogli opportunità per un cambiamento, ma non succede nulla! È la festa del bambino, che in Mozambico si celebra il primo giugno, a fare il miracolo. Wesley non voleva partecipare a nessuna attività sia ludica che didattica, non voleva ne cantare, ne danzare, se ne stava chiuso nel suo disagio e dolore.
Finalmente vedendosi escluso dà un segnale positivo, che aspettavamo… vuole vestirsi, partecipare… offriamo ai genitori uno spettacolo meno perfetto e lo mettiamo in gioco, se la cava benino ed felice! Non è certo tutto risolto, ha bisogno di un accompagnamento e con lui anche i genitori. La psicologa del Centro inizierà con la mamma e incoraggia anche noi a continuare sulla strada scelta perché sta ottenendo segnali positivi da Wesley.
Di queste situazioni limite ce ne sono tante. Fernanda (bimba sostenuta a distanza con il progetto Armandinho) a cui è bruciata la capanna. La mamma con l’aiuto della comunità cristiana ha ricostruito la capanna, ma quando va a dormire, le pare di sentire qualcuno che le stringe un braccio, i vicini che la vedono a letto. È una storia da accompagnare per saperne di più, perché quando vi entra il malocchio tutto è più difficile da decifrare. La bambina all’asilo ci viene volentieri, e come lei tutti gli altri.
Poi abbiamo Maddalena una bimba orfana di entrambi i genitori che è stata adottata, ma ora che è paffutella e cresciuta appare l’ombra degli zii materni che rivogliono la bimba. La mamma ci prega di non consegnarla a nessuno se non a persone che vengono con il cartoncino di identificazione. Maddalena è davvero una bimba simpatica e aperta alla vita, è riuscita a superare il trauma di essere orfana grazie a nuovi genitori.

Crescita e futuro
Il centro cresce: abbiamo dovuto far fare 50 lettini che stendiamo e accatastiamo per lasciare libera la sala per altre attività. Quando i bimbi sono nel padiglione giocano e corrono, ma quando è l’ora del riposo sfuggono perché reclamano per il caldo. Infatti il tetto è coperto di lamiera e non ha il sottotetto, è una spesa che bisognerà affrontare. Lo faremo un po’ alla volta. Per questo lavoro servono circa €3.000,00, comprese delle finestre da aprire per dare più ventilazione. Ma a chi spera tutto è possibile.
Questa mia nuova missione mi fa riflettere: all’inizio, 44 anni fa, abbiamo puntato sulla formazione degli adulti, perché era necessario formare persone, famiglie capaci di dare una testimonianza forte di fede e di solidarietà, molti dei cristiani formati dalle missioni sono entrati nel partito e nel governo, quando il paese ha raggiunto l’Indipendenza. Credevamo fortemente che il futuro del paese venisse costruito da loro, ora invece sento che può essere vero anche il contrario, infatti il paese ha una media di vita di 50 anni, con poche possibilità di istruzione e formazione, quindi la generazione adulta scompare velocemente e ci vogliono nuove forze che rispondano alle sfide della globalizzazione e della modernità. Il mio lavoro perciò lo ritengo un dono perché mi dà la possibilità di continuare a dare un futuro a questo paese.
Questo è un motivo grande per dire grazie. Oggi 25 Giugno festa dell’Indipendenza del Mozambico, una festa da continuare a costruire giorno per giorno, ricuperando i valori in declino e persi con il marxismo e la guerra civile: ogni giorno ci sono fatti di cronaca di violenza, di furto con una polizia che, secondo il popolo, è sempre più inefficace e corrotta da spacciatori, ladri. Di fronte a questo quadro sento importante continuare a dare il mio contributo. Il vostro sostegno di preghiera, di solidarietà, unito a quello insostituibile del Cuore di Cristo mi dà coraggio per guardare avanti.
Carissimi vi sono vicina, ricordo tutti voi con le vostre speranze e difficoltà. Un abbraccio pieno di affetto e di calore. Un ricordo particolare alle zone terremotate dell’Emilia…questo Centro esiste anche grazie a voi. Mi auguro e prego perché l’Italia e l’Europa possano superare la crisi che da mesi mette in difficoltà molte famiglie, perché ciascuno possa avere il necessario.