IN ASCOLTO DEI NOSTRI DESIDERI

Posted by Luigi Villani

L’associazione Guardare lontano onlus e la Compagnia Missionaria del Sacro Cuore hanno sempre accolto con entusiasmo il desiderio e la disponibilità di giovani a fare esperienze significative di volontariato. In particolare ora si propongono due esperienze di volontariato internazionale in Africa: una in Guinea Bissau, nella zona di San Paolo, ed un’altra in Mozambico, nella zona di Nampula-Bairro Napipine. Naturalmente si tratta di realtà molto diverse dalle nostre, e difficili, per cui occorre una lunga e valida preparazione. Per alcuni di noi giovani di Sant’Antonio Abate ha avuto inizio questo cammino di preparazione insieme con la missionaria Paola. Si tratta di un ciclo di incontri annuali, il primo dei quali si è tenuto sabato 10 e domenica 11 dicembre scorsi, nella nuova sede ‘Betania’ della Compagnia Missionaria, in Via Nocera.


Istinto o motore?
Durante la nostra prima riunione, Paola ci ha proposto un’interessante percorso di riflessione sul tema del ‘desiderio’. La scelta del tema, che a prima vista potrebbe sembrare casuale, ha delle ragioni specifiche; abbiamo cominciato ad interessarci ad un’esperienza di crescita, di conoscenza, di volontariato, perché mossi evidentemente da un desiderio…. Ma quale concetto abbiamo di desiderio? Desiderio poi di cosa precisamente? Desiderio quanto importante? In genere abbiamo un brutto concetto di desiderio. Associamo il desiderio a qualcosa di estremamente istintivo, a un lasciarsi andare che può crearci disagio, a un movimento più o meno cieco e involontario. Il desiderio è percepito istintivamente come irrazionale: qualcosa che prende la mano, che trascina e toglie l’obiettività del giudizio. Per molti la parola desiderio evoca invece il passato, il ricordo dei tempi che furono, spesso ricordo di bisogni disattesi che ora esigono soddisfazione senza essere prima stati valutati e ponderati. E’ evidente che, se ci atteniamo a queste definizioni, e caratterizziamo il desiderio come un cieco impulso verso qualcosa di irrimediabile, o come qualcosa verso cui siamo tentati ma che sarebbe meglio evitare, desiderare è qualcosa di negativo; saremmo tentati di concludere che è meglio non desiderare affatto, per non lasciarsi andare, come ci suggeriscono anche le regole sociali. Eppure soltanto il desiderio può mettere in moto l’intero apparato psichico. Non è la volontà ma il desiderio a mettere in moto l’azione. Lo si vede bene quando desiderio e volontà sono contrastanti ed entrambi attivi: posso anche volere forzatamente una cosa, ma se non c’è il desiderio per essa, la mia capacità di volere vacilla. Il desiderio porta calore, contenuto, immaginazione, gioco infantile, freschezza e ricchezza alla volontà. La volontà dà l’auto-direzione e la maturità al desiderio. Per meglio dire, la volontà tutela il desiderio, permettendogli di continuare senza correre rischi eccessivi. Ma senza desiderio, la volontà perde la sua linfa vitale, la sua vitalità e tende ad estinguersi nell’autocontraddizione.


Conoscere per desiderare
Dopo queste riflessioni abbiamo preso a chiederci cosa fosse dunque il desiderio. Per desiderio intendiamo una disponibilità a canalizzare tutte le nostre energie verso un oggetto stimato centrale per noi… desiderare qualcosa significa attribuirgli un significato simbolico che diventa importante… ottenerlo significa gioire per ciò che esso sta a significare: pienezza, senso, sicurezza, realizzazione di sé… Quando noi desideriamo qualcosa “non vediamo l’ora che….”. La capacità di desiderare deriva dalla capacità di avere immagini, cosa che gli animali non hanno. Non è quindi un semplice appetito sensibile. Può desiderare solo chi intende qualcosa, chi si mette in ricerca di un significato e continua a ricercarlo anche dopo averlo trovato. Un compito del giovane alle prime armi ma anche del vecchio. Come per volere qualcosa, prima bisogna conoscere, così per desiderare bisogna prima intendere qualcosa. Se l’uomo non si impegna a crearsi il suo significato non potrà mai desiderare. Pensiamo ad esempio alla memoria: non ricordiamo tutte le stimolazioni che ci colpiscono nel giro di un giorno, un mese, un anno… Molto di ciò che ci capita, ci sfiora appena e non lo registriamo. Ma alcuni stimoli li ricordiamo, forse anche per sempre. Perché questa selezione? Ricordiamo ciò che «più ci ha toccato», ciò che è stato significativo. Se nulla avesse significato per noi, nulla ci toccherebbe e forse non ricorderemo nulla. Così, non posso desiderare se prima non prendo posizione verso la vita. Il desiderio allora è una facoltà che si esercita nell’ambito della trascendenza. L’uomo che esce da se stesso e si vede immerso in un mondo più grande di lui, può desiderare. L’uomo chiuso in sé, che confonde il suo io con tutta la realtà, può al massimo provare sensazioni passeggere, stimolazioni eccitanti, ma epidermiche.


Appagamento e frustrazione
Per desiderare inoltre occorre accettare in anticipo l’esperienza della frustrazione…se amo cerco la sintonia con la persona amata; se desidero conoscere un argomento pretendo di esaurirne la comprensione…e quando il mio desiderio è appagato trovo in me un senso di pienezza, di unità…sto bene…ma c’è anche il rovescio della medaglia…nel momento dell’appagamento c’è anche un senso di solitudine: qualcosa sembra sfuggirci, rimane un senso di separazione…se analizziamo bene i momenti di appagamento, di gioia sono accompagnati anche da una venatura di malinconia….
E allora ecco la contraddittorietà del desiderio: pretende di essere appagato e appena lo è, si accorge che l’oggetto che lo può appagare è inafferrabile. Desiderare significa appunto lasciare spazio a queste scoperte a volte sconcertanti di possesso-tranquillità e di carenza-precarietà.
Chi vuole desiderare deve accettare in anticipo l’esperienza della frustrazione e astinenza: oso tendere e anche rinuncio in partenza a possedere l’oggetto a cui tendo. Se cerco trovo, ma quando ho trovato non ho esaurito la ricerca. Una ragione in più per capire la facile atrofizzazione del desiderio nel cuore dell’uomo: meglio un appagamento limitato, ma tranquillo, che un desiderio ambizioso e sofferente!
Questo il sunto del primo incontro incentrato sulla crescita umana, durante il quale Paola ci ha invitato a riflettere anche sui nostri desideri, su cosa ci sta veramente a cuore, provando anche a metterlo per iscritto.


Che cosa cercate?
Il secondo incontro, quello del giorno successivo, è stato focalizzato invece sulla lettura e sulla meditazione di un brano del vangelo, quello in cui Giovanni Battista, vedendo passare Gesù, dichiara davanti a due dei suoi discepoli: Ecco l’agnello di Dio! Questi suoi due discepoli cominciano a seguire Gesù, fino a quando questi si gira e chiede loro: ‘’Cosa cercate?’’ che è come chiedere: Cosa desiderate? La nostra fede ha inizio allora da questa domanda, da ‘cosa desideri per la tua vita?’. Non c’è un’imposizione, un dettame, nessuna norma prestabilita. C’è una domanda che lascia aperte tutte le possibili risposte. E’ interessante notare che i discepoli rispondono con una domanda a loro volta; chiedono infatti: “Rabbì, dove abiti?”. Con questa risposta essi affermano che desiderano proprio Lui! La nostra fede è un continuo innamoramento, non può essere legata a nessuna sorta di dovere, né ad un indottrinamento sterile, e di questo incontro – quando realmente avviene – si serbano vivide le impressioni per il resto della propria vita: Erano le quattro del pomeriggio! E’ bello notare anche che mentre Gesù cammina - presumibilmente i discepoli lo stavano seguendo a una certa distanza e con un certo timore di avvicinarvisi – ad un certo punto è Lui a voltarsi…. segno che il Signore non ci dà mai le spalle, e non tarda a risponderci.